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OSSERVATORIO ITALIANO

OSSERVATORIO ITALIANO 2017 SULLA SICUREZZA DI TAGLIENTI E PUNGENTI PER GLI OPERATORI SANITARI

Le esposizioni occupazionali percutanee rappresentano circa il 75% della totalità delle esposizioni a rischio biologico riportate in particolare dagli infermieri, la categoria professionale in assoluto più esposta in ambito ospedaliero. Si tratta di un fenomeno che registra ogni anno in Italia circa 100.000 incidenti (di cui il 35-50% non viene dichiarato) e 1.200.000 in Europa1. In assenza di interventi preventivi tecnologici o terapeutici, l’OMS stima che nel mondo, ogni anno, si verificano oltre 3.000.000 di incidenti causati da strumenti pungenti o taglienti contaminati con HIV o virus dell’epatite B e C, e che questi incidenti causano il 37% delle epatiti B (pari a circa 66.000 casi), il 39% delle epatiti C (pari circa a 16.000 casi) e il 4,4% delle infezioni da HIV (pari circa a 1.000 casi) contratte dagli operatori sanitari, cioè almeno 83.000 infezioni ogni anno direttamente riconducibili ad un’esposizione professionale, di tipo percutaneo, a materiali biologici infetti. Sono questi i temi più importanti affrontati il 6 ottobre a Roma in occasione del 6° Summit organizzato dall’European Biosafety Network con il supporto incondizionato di Becton Dickinson.

I referenti delle istituzioni europee e italiane, nonché delle associazioni professionali della sanità, si confrontano per fare il punto sulle procedure di sicurezza all’interno degli ospedali italiani e per individuare le possibili azioni da intraprendere per garantire la sicurezza a tutti gli operatori sanitari.

Secondo la dr.ssa Gabriella De Carli, infettivologa dello Studio Italiano Rischio Occupazionale da HIV presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” (IRCCS), "L'Italia ha una eccellente legislazione sulla sicurezza del lavoro, tuttavia per quanto attiene l'adozione dei dispositivi di sicurezza, che dovrebbero andare a sostituire gli strumenti che l'operatore usa quotidianamente per svolgere il suo lavoro e che lo mettono a rischio di infezioni, molto deve essere ancora fatto. Anche i più recenti dati disponibili evidenziano infatti ancora una disomogeneità di utilizzo a livello italiano. C’è sicuramente una maggiore attenzione al problema, ma molto resta da fare. Abbiamo evidenziato come, implementando tutti gli interventi preventivi previsti che includono l’adozione di aghi e dispositivi di sicurezza, si possa ridurre drasticamente il fenomeno infortunistico come è già stato dimostrato negli ospedali del gruppo SIROH, e in alcuni paesi europei e extra europei: serve ora un’azione coordinata".

“L’infermiere, seguendo il paziente 24 ore su 24, è colui che ha più degli altri a che fare con taglienti e pungenti come gli aghi per le flebo, per la terapia iniettiva e per i prelievi, bisturi, forbici e quanto altro per il cambio delle medicazioni, e purtroppo è ancora elevato il numero di infortuni a rischio biologico derivante da queste ferite: il 63% degli incidenti coinvolgono aghi cavi, la metà dei quali pieni di sangue, il 19% aghi pieni, il 7% bisturi. Circa il 75% delle esposizioni si verifica quindi in relazione a procedure per le quali sono in larga misura disponibili dispositivi intrinsecamente sicuri. – specifica Barbara Mangiacavalli, Presidente Federazione Nazionale Collegi Infermieri (IPASVI) – Possiamo affermare che gli infermieri sono la categoria maggiormente esposta al rischio anche perché rappresentano i 2/3 del totale degli operatori. Recenti dati hanno messo in evidenza che questo tipo di ferite coinvolge proprio questi professionisti tra il 51% e il 58% dei casi, e infatti la maggioranza dei casi di infezione occupazionale osservati si sono verificati in infermieri."

Dall’incontro emerge dunque la necessità di prevedere un’azione sinergica tra i diversi attori coinvolti: dagli infermieri, alle loro associazioni di categoria, ai responsabili della sicurezza presso le strutture ospedaliere, al management delle strutture stesse, fermo restando che l’impegno delle istituzioni è di fondamentale importanza per rendere concreta ed effettiva la protezione e la sicurezza di tutti gli operatori sanitari.

L’incontro del 6 ottobre è stata l’occasione per fare il punto sull’attuazione delle disposizioni normative in materia e, in particolare, in ordine alla normativa di adeguamento delle struttre sanitarie e ospedaliere alla direttiva 2010/32/ue recepita con il Il D.Lgs. 19 febbraio 2014, n. 19. (Parere Pro Veritate reso dall’Avv. Prof. Anton Giulio Lana).
Emerge che, seppur in presenza di una articolato normativo che prevede una serie di misure tese alla valutazione del rischio e all’attuazione di auguate misure di prevenzione, è in tema di sanzioni che la normativa nazionale è insufficiente: non appare idonea la qualità (per lo più contravvenzionale) e l’entità (irrisoria) delle sanzioni pecuniarie a costituire valido deterrente nei confronti di condotte precauzionali negligenti, se non addirittura omissive, da parte dei datori di lavoro.
Alla scarsa efficacia del sistema sanzionatorio, si affianca evidentemente la problematica relativa al maggior costo – destinato comunque a diminuire nel tempo – che quasi tutti i NPD hanno rispetto al dispositivo convenzionale.

Tuttavia, come riportato dalla narrativa scientifica in materia, numerose esperienze di-mostrano che la prevenzione delle punture accidentali è economicamente praticabile e decisamente più vantaggiosa nel lungo periodo. Invero, considerato che ogni infortunio presenta sia costi diretti (quali prelievi, visite, profilassi) sia indiretti (come le ore di lavoro impiegate per la notifica e i controlli, il costo del personale coinvolto), che peraltro gravano sull’intero Servizio Sanitario Nazionale, il saldo tra il costo della prevenzione ed il costo della gestione delle esposizioni percutanee è attivo.

"Gli operatori sanitari purtroppo antepongono spesso la sicurezza del paziente allo loro, e, per assistere nell’immediato il paziente, mettono a rischio se stessi. – commenta De Carli – Certamente fornire dispositivi più sicuri per le procedure a rischio e per lo smaltimento è necessario, ma non sufficiente. Occorre operare un cambiamento culturale, a partire dai Direttori Generali delle aziende sanitarie, che vanno coinvolti nel processo decisionale relativo all’allocazione delle risorse per la sicurezza, fino al singolo operatore, che non deve mai sottostimare i rischi."

Oggi la necessità da parte degli ospedali di contenere la spesa mette spesso la struttura a rischio di dover sostenere un domani costi ben più elevati per la gestione degli incidenti professionali. Solo per fare un esempio, infatti, il costo di routine per un evento di esposizione percutanea, una puntura d'ago per intenderci, che mette l'operatore a rischio di contrarre un'infezione da HIV, HCV, HBV è di oltre 850 euro (in questa cifra sono inclusi i costi di reporting, test sierologici per identificare la presenza del virus, e la profilassi post esposizione, per i casi considerati a rischio)3, senza contare l’impatto sulla vita personale e di relazione che il rischio di aver contratto un’infezione da virus determina nell’operatore, che può aver bisogno di un supporto psicologico, e nei suoi familiari.

"Con l’adozione di opportuni piani di prevenzione, formazione e introduzione dei dispositivi sicuri, si potrebbero evitare fino a 53.000 incidenti a rischio biologico, 550.000 ore lavorative perse e 16.000 giornate di malattia. – conclude De Carli – Per dare un ordine di grandezza, ogni anno in Italia vengono spesi almeno 36 milioni di euro per far fronte alle conseguenze delle ferite accidentali da aghi cavi, cifra che potenzialmente potrebbe aumentare considerando che la metà degli incidenti non viene denunciata dagli operatori, il più delle volte per sottovalutazione del rischio o per modalità di notifica troppo complesse."

Secondo i dati del Ministero della Salute relativi agli acquisti nel settore pubblico la percentuale di conversione da dispositivi convenzionali a dispositivi di sicurezza è pari a poco più della metà relativamente ai soli dispositivi per accesso venoso periferico (gli aghi cannula), i più pericolosi poiché raccolgono e trattengono sangue, primo veicolo di infezione se l'operatore si punge, e decisamente inferiore per gli altri dispositivi più comuni (come dispositivi per prelievo, aghi, siringhe con ago, etc.).
Si evidenzia quindi un processo che si sta avviando, ma indubbiamente ancora da completare.

In occasione del Summit, sono stati presentati per la prima volta i risultati – ancora parziali ma già sufficientemente significativi - dell’Osservatorio Italiano 2017 sulla Sicurezza di Taglienti e Pungenti per gli operatori sanitari, una ricerca realizzata da GfK Italia che vede coinvolti 70 ospedali pubblici, 150 infermieri, 70 Direttori Sanitari, 70 responsabili dei Servizi di Prevenzione e Protezione (RSPP), 15 responsabili di Servizio Infermieristico Tecnico e Riabilitativo Aziendale (SITRA) o Direzione Infermieristica Tecnica Riabilitativa Aziendale (DITRA) per capire e analizzare sul campo il comportamento degli operatori.




1. Studio Italiano Rischio Occupazionale da HIV e da altri patogeni a trasmissione ematica (SIROH)
2. Estimation of the global burden of disease attributable to contaminated sharps injuries among health-care workers. Prüss-Ustün A1, Rapiti E, Hutin Y.; Am J Ind Med. 2005 Dec;48(6):482-90.
3. MECOSAN, S. Cazzaniga, G. De Carli, D. Sossai, L. Mazzei, V. Puro; 58 (2006): pp.99-116

RISCHIO CHIMICO

Il personale sanitario è soggetto al rischio chimico in relazione non solo all'utilizzo di sostanze chimiche (ad esempio detergenti, disinfettanti, sterilizzanti, ...), ma anche alla preparazione e somministrazione di farmaci (farmaci antibiotici, antiblastici/antitumorali).

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CORRETTO UTILIZZO DEI DISPOSITIVI

La direttiva 2010/32/UE pur fornendo una serie di definizioni non chiarisce cosa sidebba intendere per "dispositivo con meccanismo di protezione".
La Regione Emilia-Romagna recepisce i criteri pubblicati fissati da varie Agenzie Internazionali Regolatorie.

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